Sette specie contro le trentasette di un prato vicino: ecco cosa nascondono le piantagioni italiane di abete rosso dai tempi di Mussolini. Un errore ecologico vecchio di un secolo, i cui effetti si scoprono solo oggi.
Sulla stessa superficie delle Prealpi italiane, una piantagione di abete rosso ospita in media 7 specie vegetali per appezzamento. Una vicina foresta nativa ne ha 18,5. Un tradizionale prato alpino ne riunisce 37. Queste cifre, tratte da a studio pubblicato sulla rivista Ecologiamisurano l’entità di una perdita di biodiversità rimasta a lungo invisibile.
Il divario è evidente: oltre il 50% in meno di diversità vegetale rispetto alle foreste naturali e quasi il 75% in meno rispetto ai pascoli. Un deficit che trova origine in una decisione politica vecchia di quasi un secolo.
Negli anni ’30, ilL’Italia di Benito Mussolini si era impegnato a ricoprire di alberi ampie zone delle Alpi per rallentare l’erosione del suolo, garantire una riserva boschiva e dare un’immagine nazionale. Migliaia di ettari di prati e foreste autoctone furono poi rasi al suolo a favore di fitti filari di abeti rossi, scelti per la loro rapida crescita e redditività.
Per decenni queste piantagioni furono presentate come un successo di ingegneria forestale: viste da lontano apparivano perfettamente sane.
Lo studio, condotto da ecologista Gianalberto Losapiofocalizzato su due settori delle Prealpi vicine al Lago di Como, Monte Bisbino e Alpe del Vicerè. Per cinque mesi i ricercatori hanno confrontato piantagioni di abete rosso, foreste decidue autoctone e prati alpini, registrando un totale di 136 specie di piante e 201 specie di artropodi.
Una tettoia che blocca la luce e acidifica il terreno
Il fogliame sempreverde dell’abete rosso mantiene la chioma chiusa tutto l’anno, a differenza dei faggi, degli aceri o dei castagni che perdono le foglie. Ciò priva molte piante alpine della luce primaverile quando ne hanno più bisogno per fiorire.
L’accumulo di aghi al suolo aggrava il fenomeno. Acidifica la terra, rallenta la decomposizione della materia organica e sbilancia il rapporto tra carbonio e azoto. Risultato: la foresta accumula detriti che non è più in grado di riciclare e molte specie perdono la possibilità di stabilirsi lì.
I ricercatori hanno anche notato il 25% in più di carbonio organico nelle piantagioni di abete rosso rispetto ad altri ambienti, segno non di fertilità ma di decomposizione rallentata. Questo apparente vantaggio è controbilanciato da un calo del 30% dell’indice di uniformità funzionale, che misura la distribuzione dei ruoli ecologici all’interno di una comunità vegetale.
Gli artropodi stanno meglio. Più mobili delle piante, si spostano tra habitat vicini e riescono a conservare parte della loro diversità nonostante il cambiamento dell’ambiente. Ma da allora non è più emersa alcuna nuova comunità adattata al dominio dell’abete rosso.
Né specie boreali specializzate, né equilibrio di sostituzione: ciò che gli autori descrivono assomiglia a una versione impoverita della foresta originaria, con le stesse specie di prima ma molto meno numerose.
La monocoltura funziona per produrre legno, ma riduce la complessità ecologica e indebolisce le foreste di fronte a malattie, parassiti ed eventi meteorologici estremi. Secondo studi precedenti citati dagli autori, la metà delle aree destinate al ripristino forestale nel mondo riproducono lo stesso modello, basandosi su monocolture di specie non autoctone piuttosto che su miscele autoctone.
Una strategia che si pianta velocemente, costa poco e rassicura i bilanci contabili e climatici nel breve termine, ma il cui costo ecologico impiega decenni per apparire. È proprio ciò che ricordava nel 1949 l’ecologo Aldo Leopoldo, per il quale preservare ogni pezzo era la prima regola dell’intelligenza ecologica. A quasi un secolo dalle prime piantagioni italiane, gran parte delle specie cacciate dagli abeti rossi non è ancora tornata.