Finora, i funzionari della difesa americana hanno attentamente aggirato la questione dell’hardware militare in orbita, inquadrando l’attività militare spaziale in termini di ricognizione passiva, protezione satellitare e resilienza difensiva. Questa settimana, tuttavia, il segretario dell’aeronautica militare Troy Meink ha riconosciuto che oggi gli Stati Uniti hanno armi di controllo spaziale attive che operano in orbita.
Sebbene Meink abbia rifiutato di approfondire i meccanismi specifici dell’hardware orbitante (vale a dire, si tratta di proiettili cinetici, energia diretta o disturbi elettronici?), ha sottolineato che rivelare la loro esistenza rafforza la deterrenza senza compromettere la segretezza operativa.

Rivolgendosi ai leader della difesa, Meink ha delineato una visione per un’aeronautica radicalmente trasformata in grado di superare le minacce basate sull’intelligenza artificiale in rapido progresso e le armi autonome messe in campo dai principali rivali, che include una potenza di combattimento accessibile e scalabile. L’Air Force intende mettere in campo migliaia di sistemi di attacco unidirezionali autonomi per operatori speciali e incorporare almeno 500 Collaborative Combat Aircraft (CCA) accanto a caccia con equipaggio entro il 2032. Per colmare il divario, il Pentagono sta anche introducendo Mass Modular Aircraft (MMA), macchine a basso costo e attrattibili progettate per fornire capacità di attacco a lungo raggio a una frazione del prezzo dei convenzionali caccia stealth di quinta generazione.
Le armi orbitali fanno anche parte di altre iniziative di difesa nazionale, inclusa l’architettura di difesa missilistica Golden Dome. In questo quadro, la Space Force sta accelerando programmi come Intercettori spazialipassando dall’ideazione all’hardware pronto per il volo in meno di un anno (con capacità di destinazione previste per il 2028), oltre ad espandere la costellazione di indicazioni di bersagli in movimento aereo basati sullo spazio per monitorare le minacce aeree dallo spazio.